Kenneth Waltz – Teoria della Politica Internazionale – Premessa e cap. 1 – 2

Kenneth Waltz

Kenneth Waltz – Teoria della Politica Internazionale

by Dott.ssa Aurora Capizzi

Premessa

Waltz ispirandosi a Morghenthau crea una teoria detta “neorealista” o “realista strutturale”.

Partendo da scienza economica e liberalismo.

Affronta 3 tematiche: analisi, struttura del sistema, miglior forma di governo.

Ambiente del sistema: anarchico-orizzontale quindi capace di adattamento.

Differenza con i realisti: l’idea che la differenza tra nazionale e internazionale non sia nell’uso della forza ma nel modo di organizzarsi per usarla.

Waltz pone enfasi sull’organizzazione subnazionale e nazionale (teorie riduzioniste).

Economia + liberalismo = teorie neorealiste: analisi;struttura del sistema; miglior governo. Teorie neorealiste sono diversi dai lealisti perché la differenza tra nazionale ed internazionale non sta nell’uso della forza ma nel organizzazione che crea il modo di usarla.

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Capitolo 1

Leggi e Teorie

1. Waltz sostiene che la Teoria è una astrazione della realtà che trascura le esperienze i dati empirici.

  • Analisi delle teorie di politica internazionale;

  • Elaborazione di una teoria di politica internazionale;

  • Esaminarne alcune applicazioni.

Teoria = immagine della realtà. E’ una visione dell’insieme dei rapporti tra le parti.

La sua capacità di spiegazione aumenta quanto più grande è la distanza con la realtà.

Legge: è il rapporto tra variabili dipendenti e indipendenti.

Il suo risultato dipende da questo rapporto.

2. Induttivisti sostengono che la Teoria è la somma di più leggi e le teorie spiegano le leggi. Si può arrivare alla verità attraverso l’esperienza e l’osservazione dei casi e variabili.

Critica gli induttivisti: Ashby

Egli critica i dati utilizzati perché mancano delle cause all’utilizzo di questi dati.

Egli critica le variabili scelte perché sono solo una parte e mistifichebbero la realtà. La realtà dovrebbe emergere dalla selezione di tutto il materiale disponibile.

Egli critica l’utilizzo dell’Esperienza da parte degli Induttivisti: essa infatti può essere annullata da un’altra esperienza.

Perché creare una teoria? Per poter fare delle previsioni. Le previsioni sono necessarie perchè la realtà non sarà mai uguale alla teoria o al modello.

Come nasce una teoria? La teoria nasce da una idea.

Idea = Semplificazioni e Ipotesi.

Semplificazione: è un modello che indica rapporti casuali e interdipendenza.

Come semplificare?

A. Isolamento: considerazioni interazioni tra un numero ristretto di fattori assumendo che il resto rimanga invariato.
B. Astrazione: si trascurano alcuni elementi.

C. Aggregazione: si raggruppano elementi secondo criteri teorici.

D. Idealizzazione: si agisce come se si fosse raggiunta la perfezione o il limite.

Ipotesi teoriche: adottate per spiegare una teoria.

Il loro valore è giudicato in base all’utilità che apporta alla teoria.

Per verificare una teoria:

1. esporre la teoria

2. dedurre delle ipotesi

3. sottoporre le ipotesi a delle prove

4. ritornare ai punti 2 e 3 utilizzando le definizioni dei termini presenti nelle teorie da verificare

5. eliminare o limitare le variabili di disturbo

6. eseguire prove difficili

7. se la teoria non supera una prova rivedere la teoria o ridurre il campo esplicativo.

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Capitolo 2

Le Teorie Riduzioniste

Teorie Riduzioniste = gli avvenimenti internazionali hanno origine da decisioni prese a livello nazionale.

Teorie Sistemiche = si concentrano su cause che operano a livello internazionale.

Approccio riduzionista

L’intero è conosciuto attraverso lo studio delle parti.

Il migliore esempio: Teoria Economica dell’Imperialismo

3 Assunti:

1. La teoria economica è valida;

2. Le condizioni previste dalla teoria si verificano nella maggior parte dei paesi imperialisti;

3. La massima parte dei paesi dove si verificano queste condizioni è veramente imperialista.

Hobson: in assenza di interventi pubblici le ricchezze sono in mano ad un numero molto limitato di persone, per questo il consumo non potrà tenere il passo con la produzione. Il rimedio sarebbe una più equa distribuzione dei redditi ed il pieno impiego. Gli investitori, che vedranno diminuire il profitto in patria saranno sostenuti dal governo e cercheranno migliori opportunità in paesi economicamente sottosviluppati.

Secondo Hobson, le forze economiche sono le determinanti reali della politica.

Imperialismo = causa delle guerre moderne.

Effetti dell’Imperialismo.

  • Perdite > Guadagni Le perdite sono spese sopportate dai cittadini. I guadagni sono in mano ai soli investitori.
  • L’imperialismo produce effetti sociali negativi: sostiene l’aristocrazia decadente e limita l’attuazione di riforme economiche.
  • Il paese imperialista esporta il proprio know-how e permette lo sviluppo delle realtà locali che un giorno potranno invertire il flusso degli investimenti.

Confronto Lenin – Hobson

  1. Hobson crede che l’imperialismo possa essere eliminato tramite politiche governative volte alla redistribuzione della ricchezza. Lenin crede che i capitalisti premendo sui governi non lo permetteranno mai.
  2. Lenin e Hobson sostengono che l’imperialismo è causa di guerre. Hobson crede nella possibilità di cooperazione tra gli Stati capitalisti per lo sfruttamento dei paesi poveri. Lenin non crede possibile la cooperazione e secondo lui sarà proprio il loro antagonismo che causerà la fine del capitalismo.

Verifica della Teoria Economica dell’Imperialismo in base agli Assunti.

  1. Teoria economica è valida ma essa indica come soluzione al surplus nazionale gli investimenti all’estero. Non necessariamente la creazione di imperi.
  2. E 3. I paesi imperialisti = Capitalisti + surplus, ma la storia offre molte varianti e condizioni associate all’imperialismo –> confutano la teoria.

Uno Stato è portato ad essere imperialista quando siamo in presenza di tre diversi tipi di surplus. Surplus di popolazione = imperialismo di espansione

Surplus di beni = imperialismo di libero commercio

Surplus di capitali = capitalismo monopolista.

Conclusioni

Spiegare l’imperialismo attraverso il capitalismo è un approccio riduttivo.

La causa dell’imperialismo sarà quindi l’organizzazione economica più efficiente in un dato periodo, in una data area.

Schumpeter: l’imperialismo è generato da elementi precapitalisti.

Egli introduce il tema dei moderni marxisti: il Neocolonialismo.

Il Neocolonialismo separa l’imperialismo dall’esistenza degli imperi. Il business privato soppianta il governo nella macchina imperialista.

Lenin: l’imperialismo contribuirebbe allo sviluppo e agli investimenti nei paesi colonizzati.

Moderni Marxisti: i capitalisti sfruttando i paesi poveri congelano il loro sviluppo.

Il Neocolonialismo individua punti importanti della Teoria della Politica Internazionale di vecchia e nuova scuola marxista.

  1. Teorie che si autoverificano. Hobson e Lenin credono nell’impero economico tramite le colonie. I Neocolonialisti invece vedono possibile un impero economico senza colonie.

  2. Rapporto tra paesi ricchi e poveri. Galtung (riduzionista): l’imperialismo e la ricchezza andranno a paesi in equilibrio che sfruttano quelli poveri che non sono in equilibrio. L’imperialismo è un fenomeno strutturale. Waltz: dato che il fenomeno della povertà era presente anche prima del colonialismo, la ricchezza dei paesi ricchi la vede come ragione interno allo Stato.

  3. Eccesso di spiegazione e problema del cambiamento. Marxisti: gli investimenti all’estero si fanno per superare la stagnazione economica interna. Neocolonialisti: il capitalismo non si riproduce all’estero quindi l’imperialismo durerà finché esisterà squilibrio tra i paesi; per far terminare l’imperialismo si devono redistribuire le risorse più equamente.

Infine

Scartiamo le Teorie Neocoloniali perché hanno come obiettivo il salvataggio di una teoria piuttosto che la spiegazione dei fenomeni.

Scartiamo così l’approccio Riduzionista perché risulta una teoria parziale piuttosto che generale.

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Teoria dell’Equilibrio di Potenza

 

Equilibrio di Potenza

Cosa si intende per Equilibrio di Potenza?

Data la tradizione europea di macellarsi vicendevolmente a ondate alterne, i governi hanno provato spesso a regolare gli eccessi di violenza con delle regole o con assetti territoriali tali da non poter generare potenze dominanti.

La Teoria dell’Equilibrio di Potenza in Europa si è utilizzata spesso.

Questo modo di organizzazione interstatale è stato utilizzato più volte per bilanciare la quantità di potenza allocata in ogni attore statale allo scopo di NON creare un attore dominante. Con l’Equilibrio di Potenza, nessuno Stato può dominare l’intera Europa.

L’Equilibrio di Potenza, non è altro che una tendenza spesso portata avanti dall’ago della bilancia europeo, il Regno Unito, ad allearsi con la coalizione di nazioni più debole al fine impedire ad una potenza continentale (Francia, Germania, Spagna o Italia) di prendere il sopravvento sulle altre e costituire quindi un impero.

La Teoria dell’Equilibrio di Potenza vorrebbe spiegare i risultati prodotti dalla Realpolitik, come esito delle costrizioni strutturali a cui sono obbligati gli Stati.

Per semplificare, la Teoria dell’Equilibrio di Potenza sostiene che è possibile ottenere risultati in politica estera impedendo ad uno Stato di dominare su tutti gli altri, prendendo parte ad accordi che limitano la formazione di entità super potenti. Con una sorta di autocontrollo e volontà a mantenere immutato lo status quo.

Assunti della Teoria dell’Equilibrio di Potenza

  1. Gli Stati sono gli unici attori;
  2. L’obiettivo minimo dello Stato è la sopravvivenza – l’obiettivo massimo dello Stato è il dominio sul mondo;
  3. Gli obiettivi dello Stato sono il risultato degli sforzi combinati interni ed esterni; gli sforzi interni sono compiuti dalla politica e dai militari, gli sforzi esterni sono l’allargamento delle alleanze per indebolire le avversarie.

Operatività della Teoria dell’Equilibrio di Potenza

Dimostra che le azioni degli Stati sono mosse da motivazioni che producono una struttura e le cui costrizioni danno luogo a risultati.

Simulazione ed equilibrio

Alcuni Stati usano l’autodifesa per ottenere risultati in politica estera.

Se tutti si comportassero così, sarebbero imitati da tutti e la generale tendenza all’autodifesa creerà equilibrio e distribuzione equa di potere.

L’equilibrio di potere dunque ci traghetterà verso la pace e alla stabilità.

Aspettative della teoria

  1. L’equilibrio è una condizione ricorrente;
  2. Gli Stati tendono ad emulare le politiche vincenti degli altri.

Esempi: Pace di Westphalia

Chi se la sente, potrebbe mettere alla prova la Teoria, tramite:

a. Falsificazione

b. Comparazione del mondo teorico a quello reale

c. Comparazione dei comportamenti in strutture simili e differenti.

 

Guerra in Siria – La Francia ritrova nella Russia la sua naturale alleata

 

Siria - vertice Fr+Ru

 

26.11.2015 Mosca

Vladimir Putin e François Hollande siedono uno di fronte all’altro e si sbilanciano in dichiarazioni che vertono solo su di una cosa: Francia e Russia sono pronte a cooperare nella gestione della guerra in Siria perchè foriera di terrorismo di matrice islamica.

La Francia, appena colpita nella capitale da una serie di attentati, si è ritrovata all’avanguardia della lotta senza quartiere contro il terrorismo islamico. E nel cercare possibili complici per l’intervento militare via terra, ha ritrovato la storica e affidabile volontà russa, grande protagonista della guerra in Siria. La Russia, inizialmente salda al fianco del suo alleato Assad, ora è felice di poter contare su di una alleata europea, storico membro dell’Unione ma sempre vigile nel suo interesse nazionale. Svincolata dall’alleanza Atlantica, la Francia offre la possibilità alla Russia di entrare al livello più alto della contrattazione per il dopo-intervento in Siria e lasciandole quindi la possibilità di mantenere il suo privilegio nel Mar Mediterraneo.

Sono giorni frenetici per il Presidente Hollande che da giorni sta cercando alleati e permessi.

Alleati tra Gran Bretagna, Germania e Italia, e permessi per poter intervenire militarmente, dagli unici grandi e potenti Stati Uniti e Federazione Russa. In seguito agli attentati del 13 novembre 2015 infatti, la Francia sta rimodellando la sua politica estera in favore di taluni obiettivi, che si concretizzano nella lotta contro il terrorismo di matrice Jihadista. Ma la Francia non può agire da sola, sia per capacità che per sforzo.

La Francia è sì forte e forse è anche la nazione più bellicosa d’Europa in questo momento storico, ma non può certo agire sola, senza alcun accordo con le grandi potenze, le uniche capaci di garantire i futuri assetti dell’area.

In questi giorni, il Presidente francese Hollande ha fatto la cernita degli alleati.

In Europa è andato a Londra, dove Cameron non ha ancora trovato l’appoggio del Parlamento per un eventuale coinvolgimento militare; poi a Berlino, strappando un risibile aiuto in Mali dalla Germania; ha anche ammesso a colloquio il Presidente italiano Matteo Renzi, onorato e desideroso di mettere in primo piano il ruolo dell’Italia, salvo poi puntare tutto sulla cultura come argine al fanatismo religioso.

Hollande è volato naturalmente a Washington, dal Presidente Obama, il quale ha pronunciato le solite frasi di rito e si è rinchiuso tra le mura domestiche a celebrare il giorno del Ringraziamento. I francesi, spaventati per natura dalle potenziali minacce alla grandeur, non hanno dimenticato nessuno. Liberi dai legacci dell’alleanza Atlantica, i francesi si sono decisamente diretti verso il Giano bifronte russo. Si sono subito detti rammaricati dalla sorte del caccia russo abbattuto dalla Turchia, e i russi hanno gradito.

Dopo questo incontro di oggi, 26 novembre 2015, Russia e Francia sono più che mai in sintonia con le priorità di politica estera. Pongono basi per l’intervento via terra, unica opzione definitiva allo scontro militare contro il Daesh.

Come si dovrà comportare l’Europa?

Jihad – Attacco terroristico Parigi – Proposta all’Europa

EU Propaganda

UNA PROPOSTA ALL’EUROPA UNITA

13 novembre 2015, Parigi
E’ una tranquilla serata autunnale quando irrompe nella quotidianità la fragorosa notizia di più di 3 attentati terroristici coordinati e numerose sparatorie per le vie del 10* e 11* arrondissement parigino. La zona, già teatro dell’esecuzione di alcuni redattori nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo è stata investita nuovamente dalla violenza. Davanti a ristoranti e locali, i cittadini francesi sono stati colpiti da proiettili, mentre nello Stadio di Francia e nella sala concerti Bataclan, le armi, tipicamente da guerriglia, hanno causato più di 120 morti. Un massacro. E questi sono fatti che tutti ormai conoscono.

Nessuno addebita le responsabilità dell’accaduto ad altre forze che alle cellule dello Stato Islamico in Europa. Immediatamente i pensieri europei sono andati all’Afghanistan, Syria, Libia, Nigeria e Iraq. Paesi devastati da noi [sic] e senza governo, luogo di sviluppo del terrorismo internazionale di matrice islamica.

Dopo gli attentati di ieri le popolazioni europee si attendono azione, se la aspettano e un pò la temono. Non vorrebbero lasciare l’idea di pace ma attentati di così larga scala, certo non portano alla convivenza tra nazioni. E’ giunto il momento per l’Unione Europea di definire l’esistenza di un nemico comune, un vero e proprio Stato, che scatena i suoi spin-off contro di noi. Siamo in un sistema internazionale multipolare, per natura anarchico e la guerra è un’opzione sempre presente. Stiamo già irritando chi vive ad est, non rimaniamo vulnerabili a sud-est.

In seguito a questi eventi crudi e risultati dalle nostre politiche in giro per il mondo, l’Unione Europea ha senso se si irrobustisce da questi problemi. E’ utile definire nemico lo Stato Islamico e le sue emanazioni. Utile perchè l’Unione Europea può beneficiare di questa definizione: approfondendo il livello di integrazione politica. Gli Stati Membri, come è già successo in passato per alcuni settori economici, possono proporre accordi di integrazione, inizialmente limitati ai settori della difesa frontaliera e alla creazione di un contingente militare europeo.

Da questi fatti, l’Unione Europea può porsi 3 obiettivi: individuare e fortificare le sue frontiere; costituire un primo nucleo di contingente militare europeo utilizzabile per scopi limitati; promuovere fortemente i suoi principi e valori.

Obiettivo 1: individuare e fortificare le frontiere.
Dai fenomeni di terrorismo e dai continui e scarsamente controllati flussi di immigrati, rifugiati politici e di guerra provenienti da zone vicine all’Unione Europea, è giunto il momento di individuare il perimetro della frontiera europea e occuparsene. Perchè farlo? Perchè è necessario decidere chi fa parte e chi non fa parte dell’Unione Europea; è necessario lanciare un segnale forte all’interno e all’esterno dell’Unione, che sia simbolo di accettazione del destino comune delle genti che popolano il continente; ed è necessario per incrementare la sicurezza all’interno. E’ necessario costruire un perimetro di separazione tra ciò che è Unione Europea e ciò che non è.

Ritengo che la frontiera marittima sia già oggetto di pattugliamenti efficaci. Altro discorso è la frontiera continentale, la quale è pattugliata, poco e male, dagli Stati di confine. Ritengo necessario che gli Stati centrali guidino un processo volto a responsabilizzare gli Stati periferici con un duplice fine: renderli maggiormente partecipi alla gestione della cosa pubblica e ottenere una maggiore sicurezza per l’Unione tutta. Si potrebbero costituire corpi di polizia frontaliera europea, composti in maggioranza da uomini/donne del paese frontaliero e altri membri provenienti dagli Stati centrali. Attraverso il lavoro congiunto dei Ministri degli Esteri e degli Interni europei e grazie al lavoro di valutazione e reportistica degli ambasciatori nazionali sul posto, sarà possibile monitorare i progressi nella tutela della frontiera europea.

Obiettivo 2: costituire un contingente militare europeo.
Alla luce degli attentati di ieri e di tutti quelli che lo hanno preceduto, tutti addebitabili a cellule dello Stato Islamico costituite in Europa, è auspicabile dare vita ad un contingente militare europeo da dirigere in Syria. Da una iniziativa limitata agli Stati europei più interessati, si può dare vita a contingenti unicamente europei, espressione della volontà di azione esterna europea, magari coordinati dall’alto rappresentante per la politica estera. L’attacco di terra è molto pericoloso e va preparato con accuratezza. Non è scontata la vittoria perchè le nostre società non si battono da lunghi anni. I nostri eserciti sono composti da volontari e corpi speciali e non possediamo grandi eserciti. Non parliamo tutti la stessa lingua. Queste sono tutte questioni da tenere presente. Ma l’attacco di terra è di gran lunga il preferibile. La guerra non deve essere combattuta sul suolo europeo ma all’esterno. Una volta distrutto lo Stato Islamico, lo Stato siriano può essere privato del Kurdistan, come ricompensa agli unici alleati locali dell’Alleanza Atlantica e la nuova Syria potrà essere messa sotto protettorato internazionale, a guida Russa.

Obiettivo 3: dare vita ad una campagna massiccia per la promozione dei principi e valori europei.
In risposta a comportamenti retrogradi e non secolarizzati di decine di persone che risiedono o sono nate in Europa, è assolutamente necessario istituire forti campagne nelle scuole, luoghi pubblici e nei maggiori luoghi di culto a sostegno dei valori di libertà, uguaglianza e giustizia che sono alla base della società Europea. E’ necessario, per chi ha diritto a risiedere quì in Europa, sentirsi parte della società. Se combattiamo l’estremismo religioso, dobbiamo necessariamente offrire un modello differente di società e valori, un modello migliore che può essere preso a esempio dai giovani.

Strategia – Che cos’è la strategia?

cabinet-room-1941Strategy

Della Strategia fanno parte tutte le scelte che definiscono gli obiettivi di lungo termine di un paese, in un determinato momento storico.

La Strategia NON è una decisione ordinaria di politica estera.

Operazioni Preliminari necessarie all’ideazione di una Strategia Nazionale

  1. Valutare con realismo le nostre capacità.
  2. Valutare il futuro prevedibile.

Porsi le seguenti domande e dare necessariamente una risposta.

A. Quali sono gli obiettivi di interesse nazionale?

B. Qual è il nostro raggio d’azione?

C. Da dove provengono i rischi per la nostra nazione?

D. Con quali strumenti possiamo operare la nostra strategia? Con quale combinazione di forza-diplomazia?

+ Dobbiamo tenere conto che anche le altre nazioni stanno rispondendo alle stesse domande quindi sarà necessario adattarsi alle mosse degli altri e se possibile prevenirle.

Un esempio: La strategia degli Stati Uniti (dalla fine della Guerra Fredda all’annessione russa della Crimea).

  • Elementi di continuità

Dal 1990 ad oggi c’è la convinzione che gli Stati Uniti siano speciali. Questa considerazione è data da 4 motivi.

1. Gli Stati Uniti monopolizzano alcune risorse e in più predominio hanno in molti campi. C’è un consenso generale sulla supremazia degli Stati Uniti.

2. L’ordine internazionale dipende dalla capacità degli Stati Uniti.

3. Senza Stati Uniti non ce n’è ordine internazionale nei regionali.

4. Obiettivo USA rimanere più forti.

  • Gli Stati Uniti si chiedono come fare per rimanere i più forti?

1. Mantenere un’economia stabile e aperta per mantenere l’egemonia. Nessuno infatti può precludere le vie di accesso alle risorse energetiche che garantiscono la prosperità americana.

2. Prevenire l’emergere di concorrente su scala globale che potrebbe costituire una grande sfera di influenza su aree di interesse primario.

3. Evitare la proliferazione di armi di distruzione di massa in modo che nessuno possa ostacolare capacità di azione americana.

4. Combattere le concentrazione di poteri ostili e gli accessi di debolezza.

5. Gestire fenomeni di disintegrazione fallimento degli Stati.

  • Chi è il nemico statunitense?
  1. Le piccole-medie potenze ostili minacciose su scala regionale e più o meno in grado di imporsi. Ad esempio l’Iraq e l’Iran
  2. Piccole potenze radicali e militanti come la Siria, Corea del Nord, Sudan, Afghanistan e Libia.
  3. Organizzazioni terroristiche, ovvero quello che gli Stati Uniti definiscono come organizzazione terroristica.
  4. Stati al collasso.

Gli stati al collasso sono una ossessione per gli Stati Uniti perché sono i meno controllabili.

  • Con quali strumenti combatterli? Da soli oppure con l’aiuto di altri stati?

Gli Stati Uniti si chiedono quando agire da soli e quando delegare agli altri Stati amici.

A. Lavorare da soli

-> vantaggio: mantenere la centralità

-> svantaggio: lavorare da soli e assumersi troppi impegni che potrebbero condurre alla crisi fiscale.

B. Delegare agli amici

-> vantaggio: si risparmiano energie

-> svantaggio: rischio che gli amici si convincono di poter fare tutto da soli

E’ meglio lavorare con alleati occasionali o alleanze permanenti? Cosa ci costa di più?

– Multilateralismo

-> vantaggio: l’ egemonia del più forte appare più legittima; più forte la redistribuzione dei costi delle operazioni.

-> svantaggio: si allungano i tempi per la contrattazione; saremo costretti a fare cose per il contesto multilaterale, quindi è più facile che ci dovremo impegnare per obiettivi di cui non siamo interessati.

– Unilateralismo

-> vantaggio: maggiore libertà di azione; minori costi

-> svantaggio: minore legittimità all’egemone; minore possibilità di distribuire i costi

Chi fa la politica estera?

Politica Estera

Chi fa la politica estera? Ovvero chi decide da che parte far voltare lo Stato?

La Politica Estera di uno Stato è il risultato di multiple forze ed è espressa dal governo, in particolare dal Ministro degli Esteri e dalla rete diplomatica.

La Politica Estera è il risultato di un gioco di contrattazioni, di compromessi ed è ideata da uomini/donne.

Essi hanno la possibilità e devono anche avere l’abilità di seguire strategie nella conduzione della politica estera. Per questo motivo delle volte ci è difficile scorgere il vero obiettivo della politica estera di uno Stato, alcune volte nei negoziati si inseriscono argomentazioni o richieste lontane dal discorso principale ma tutto fa parte di strategie più ampie per portare a casa un determinato risultato.

Maestri di quest’arte sono stati Otto von Bismarck, il Principe di Metternich oppure più recentemente Kissinger.

Il fatto che siano persone umane ad ideare la politica estera, non tutti dello spessore dei tre personaggi citati sopra, impatta sull’assunto che le persone coinvolte nella formulazione della Politica Estera decidano in modo razionale, ossia che prendano decisioni per raggiungere l’obiettivo prefissato. Questi infatti sono pur sempre esseri umani, con virtù e debolezze.

L’essere umano agisce sulla base del suo vissuto personale e in base alla Memoria storica della nazione, che lo spingerà a fidarsi di alcuni e a diffidare da altri, fino a prova contraria. Per memoria storica si intende l’esperienza collettiva della popolazione.

Un altro aspetto della politica estera è che essa è parzialmente frutto della tipologia di regime dello Stato, pensiamo ad esempio al diverso grado di mobilitazione esistente tra le democrazie e i regimi autoritari.

Purtroppo dato che siamo in democrazia anche l’opinione pubblica è un attore rilevante nella formulazione della politica estera. Scrivo purtroppo non perché sia avversa alle regole della democrazia ma perché spesso le persone sono poco informate e specialmente a proposito di ciò che succede al di fuori dei confini nazionali. In quest’epoca digitale e interconnessa succede che in occasione delle questioni più scottanti la politica rischia di essere strattonata dalla popolazione allarmata dalle notizie parziali che trova in internet o dai servizi “ultima ora” della TV. Decidere di alleanze, accordi internazionali e posizioni su questioni internazionali, per non parlare di guerra o pace…

Ci sono alcune domande collegate al concetto di Democrazia e di Politica Estera a cui alcuni studiosi hanno provato a rispondere.

  1. Le Democrazie sono più o meno efficienti degli altri regimi? Secondo A. de Tocqueville le democrazie sono meno efficienti degli altri soggetti, perché soggette alla volatilità delle masse. Però ad oggi la maggioranza dei sistemi politici sono delle Democrazie e ciò ci fa pensare che Sì, le Democrazie sono più efficienti in politica estera. Perchè? Perchè l’opinione pubblica non cambia nel breve periodo. In un regime autoritario chi sta al vertice può modificare la politica estera a suo piacimento, mentre una democrazia deve pur sempre chiedere l’autorizzazione al Parlamento per poter agire.
  2. Le Democrazie sono più o meno pacifiche degli altri regimi? Con questa domanda si apre una voragine di opinioni. Le Democrazie tra loro effettivamente sono più pacifiche perchè tra democrazie si hanno aspettative più forti ed effettivamente non ci sono da tempo guerre tra democrazie. Ed è anche vero che in democrazia chi decide di andare in guerra deve anche farla…

MA è anche vero che la “Potenza più democratica al mondo”, gli Stati Uniti hanno fatto molte guerre, le più devastanti e lunghe degli ultimi decenni. Quindi si possono smentire le seguenti affermazioni: le Democrazie sono le più pacifiche, le Democrazie conducono la guerra in maniera più virtuosa, le Democrazie non cominciano la guerra.

Vi è una teoria a questo proposito che sostiene il maggior virtuosismo della Democrazia.

Teoria della Pace Democratica: allargare la sfera della Democrazia allarga la sfera della pace.

Nonostante le eccezioni (Guerra di Secessione Americana, l’aggressività della Germania di Guglielmo II e la Finlandia durante la IIGM) effettivamente i Parlamenti democratici fungono da vincolo all’aggressività nazionale e diventano il luogo della Concertazione, ossia il luogo della discussione anche accesa, che evita di far esplodere il conflitto tra le società e nella società.

Metternich

Principe Metternich

BismarckOttoVon

Otto von Bismarck

Cavour

Camillo Benso Conte di Cavour

Zhou Enlai e Henry Kissinger

Tocqueville

Alexis de Tocqueville

Guerra in Siria – La Russia nel Sistema Internazionale Contemporaneo – Sfide all’ordine mondiale

La Russia nel Sistema Internazionale Contemporaneo – Sfide all’ordine mondiale

Come si colloca la Russia nell’attuale Sistema Internazionale Contemporaneo? Questo articolo metterà in luce alcuni fatti e comportamenti della Federazione Russia, che di fatto stanno sfidando e/o incrinando il sistema internazionale contemporaneo. Questo ordine fu fondato dagli Stati Uniti dopo la vittoria della IIGM, modellato secondo principi americani, esso prevede il rispetto di alcune regole:

  1. Astensione dall’uso della forza
  2. In caso di controversie tra Stati, il problema deve essere riportato all’Organizzazione delle Nazioni Unite
  3. Divieto di aggressione
  4. Autodeterminazione nazionale

Due recenti episodi rivelano il cambiamento in atto nelle relazioni internazionali contemporanee: l’annessione della penisola di Crimea ed i bombardamenti russi unilaterali sul territorio siriano (sorvolando lo spazio aereo turco) in barba ai principi che reggono l’ordine mondiale.

AtlanteMondo

Il 7 Ottobre 2015 è stato il suo 63° compleanno.

Nato nel 1952, Vladimir Putin incarna la guida della nazione russa dal lontano 1999, prima come Primo Ministro, poi come Presidente e ancora come Primo Ministro e poi Presidente. In questi ultimi giorni, il governo ha chiesto ed ottenuto dal proprio Parlamento l’autorizzazione ad usare la forza in favore del proprio alleato siriano, rappresentato dal Presidente Bashar al Assad. Si potrebbe fare della cinica ironia a proposito dei metodi di festeggiamento ma non servirebbe in alcun modo all’analisi della situazione russa nell’attuale sistema internazionale contemporaneo.

Un paese enorme ma non debitamente sviluppato, una potenza nucleare prossima ai nostri confini (europei) dotata di immense risorse naturali e volontà di ferro. Il paese presenta da sempre una organizzazione politica che prevede un vertice molto sottile, impersonato da una persona (un uomo, uno zar, un Segretario, un Presidente) con enormi poteri e poca o nulla opposizione. Fu così per Alessandro I, per Stalin, per Gorbacev, Yeltsin e infine per Putin. Sembra che la fiducia nel leader sia totale, oppure di converso il timore verso il potere è molto forte e radicato nel popolo russo.

I rapporti tra Russia e Europa sono sempre stati costanti ma caratterizzati da una reciproca incomprensione. Data la posizione geografica, la Russia non rientra tra gli Stati Europei e anzi chiude le possibilità di espansione europea ad est. Il suo territorio a sud si allunga tra il Khazakistan e l’Ukraina coprendo tutto lo spazio possibile e fissa il suo confine alla Georgia e all’Azerbaijan.

Senza ricordare i rapporti tra la Russia zarista e gli Imperi Centrali passiamo agilmente ai rapporti tra Stati europei orientali durante la Guerra Fredda. Essi hanno conosciuto bene la mentalità sovietico/russa e hanno deciso, con gradi più o meno intensi e attraverso un percorso invasivo di riforme, di avvicinarsi economicamente giuridicamente e politicamente all’Unione Europea.

Se guardiamo all’Europa orientale, la maggior parte degli ex Stati Satelliti oggi si sono avvicinati all’Europa, voltando le spalle a Mosca. Estonia, Lettonia e Lituania sono già parte dell’Unione Europea. Seguono Bielorussia, Ucraina, Georgia e Azerbaijan. Se 3 Nazioni su 4 sono saldamente legate al Cremlino, l’Ucraina secondo l’opinione russa è uscita dal seminato.

Il processo di deterioramento delle relazioni tra i due paesi iniziò tra il 2006 e il 2008, con la proposta all’Ucraina di aderire all’Alleanza Nord Atlantica, NATO. Il fastidio russo non fu minimamente celato ed in seguito al rifiuto della proposta da parte del Presidente in carica la popolazione protestò duramente. Ma se il Presidente Yanukovic era deciso a dimostrare la fedeltà a Mosca il popolo non era dello stesso avviso. Nel 2013 il Movimento Euromaidan volle scendere in piazza per pretendere la firma dell’Accordo di Associazione tra Unione Europea e Ucraina ma fu deluso dal comportamento del governo e costretto con la forza a ritirarsi dalla piazza. Il governo chiaramente non firmò neanche questo accordo, e fu caldamente invitato ad accettare nuovi accordi economici con la vicina Russia. La tensione sviluppatasi culminò con la polarizzazione della popolazione in gruppi filorussi da una parte e proeuropeisti dall’altra.

La concitazione di quegli eventi spinsero gli abitanti della Crimea (a maggioranza russa) ad offrire tramite un Referendum l’annessione del proprio territorio alla Federazione Russa che di buon grado accettò. L’Ucraina perse un pezzo di territorio e la Russia lo acquisì. Questo è stato un autentico processo di annessione territoriale, esplicitamente vietato dai principi di questo sistema internazionale.

Un cambiamento di questa portata non è affatto previsto dalle regole. Un’aggressione che da luogo ad una annessione territoriale, da non confondersi con le azioni svolte per legittima difesa, è seriamente sanzionabile alla luce del cap. VII della Carta delle Nazioni Unite. Dalla fine della IIGM si sono verificati pochi casi di annessione accettati dalla comunità internazionale, la maggior parte dei tentativi di annessione sono stati tosto dichiarati atti che pongono un pericolo per la sicurezza internazionale, e come tali trattati in base agli art.41 e 42 della Carta delle Nazioni Unite.

Nonostante la prassi internazionale che non tollera atti di aggressione, il 20 marzo 2014 la Russia, membro fondatore dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, ha aumentato l’ampiezza del suo territorio annettendo la Crimea.

Questo fatto è un punto di svolta nelle relazioni internazionali contemporanee. Esso segna la fine dell’ordine Unipolare e ci palesa la crepa nell’ordinamento mondiale così come configurato dagli americani tra la I e la IIGM.

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La Russia si rende protagonista anche di un secondo fatto, motivo di disturbo per il sistema internazionale e in particolare delegittimante per la maggiore istituzione internazionale di creazione americana, l’ONU.

Era il 2011 quando, sulla scia della primavera araba, la dittatura della famiglia Al Asad regnante in Syria fu sommessamente contestata dalla popolazione, stanca dei soprusi e della mancanza di democrazia nel proprio paese. Esattamente come il padre, il Presidente Bashar Al Asad soffocò le proteste in una voluta carneficina provocando sdegno internazionale e rabbia popolare: le proteste dilagarono e numerose formazioni armate (di matrice islamica sciita, gruppi di nuovi quaedisti e milizie a sostegno del fratello di Bashar in lotta per il potere) si diffusero sul territorio. Iniziò una guerra civile che si evolvette in internazionale, dopo l’utilizzo di armi chimiche sulla popolazione civile, il che obbligò le grandi potenze a prendere posizione. La guerra diviene internazionale con il contributo di Russia e dell’Alleanza Nord Atlantica, NATO. La Federazione fedele al suo ruolo di alleato siriano, le sue azioni volte a difendere un’alleanza solida, che le permette di mantenere una grossa base navale a Tartus. Dall’altro lato, la NATO, protettrice della Turchia che confina con la Syria e schierata a difesa della popolazione contro le brutalità della dittatura. Altri due attori complicano ulteriormente la vicenda: i Jihadisti dello Stato Islamico anche detto Daesh e le Unità di Protezione Popolare curde in battaglia per creare lo Stato del Rojava, unica patria per i curdi siriani, turchi e iraqueni.

In breve la Syria è sprofondata nel caos: anche oggi è senza un soggetto che controlla l’interezza del territorio; è divisa in zone di influenza costantemente in lotta tra loro ed è in parte sede di un esperimento fondato sulla religione islamica più estrema. Questi soggetti erodono l’idea stessa della Syria come Stato nazionale. Oggi purtroppo la Syria è solo un territorio di sviluppo dello Stato Islamico, sorto grazie al vuoto di potere e che nonostante i tentativi di Asad, della NATO e dei curdi di colpirlo sta conoscendo ulteriore sviluppo.

In una situazione del genere la comunità internazionale si è interrogata sul comportamento da tenere.

L’ottica occidentale ha voluto sanzionare il dittatore, bombardare alcune postazioni Daesh e aiutare i paesi confinanti nello sforzo di difesa del proprio territorio, contro la possibilità di espansione dello Stato Islamico. La NATO si schiera decisamente con la Turchia e offre il supporto tecnologico militare per la difesa della frontiera. Propone consultazioni per la creazione di una strategia condivisa contro il Daesh ma non offre interventi di terra.

In ottica russa invece, l’alleanza con gli Asad è la priorità assoluta esattamente come l’aiuto al suo esercito “regolare”. La Federazione va anche oltre: critica i movimenti di resistenza siriani, si mostra preoccupata della composizione dello Stato Islamico, sospettato di aver accolto molti russi e nell’ottobre 2015 ha iniziato bombardamenti aerei e navali inizialmente contro postazioni dei ribelli antigovernativi, successivamente contro il Daesh.

L’azione di bombardamento e il continuo, netto supporto russo alla permanenza del Presidente Asad come guida dello Stato (quale Stato) siriano hanno creato imbarazzi e fastidi per il comportamento unilaterale russo. L’azione russa di questi ultimi anni è indice di insofferenza verso questo Sistema Internazionale. Innanzi tutto la Russia si è resa chiaramente conto dello spostamento del potere da ovest ad est. Si è avvicinata alla Cina e tesse le sue relazioni con Iran, Iraq e Siria. A differenza dei membri dell’Alleanza Atlantica, i quali non godono della stessa libertà di scelta nelle relazioni internazionali, la Russia si sta ritagliando uno spazio, una zona di influenza che prosegue i suoi confini meridionali (mappa all’inizio dell’articolo), scavalca Georgia e Azerbaijan e si unisce ad Iran, Iraq e Siria.

La Russia sta rilanciando il suo ruolo di grande potenza nel mondo, senza aspettare il consenso americano per l’azione, forse conscia che gli Stati Uniti non hanno più risorse da investire in un ulteriore e complicato conflitto. Così l’immagine russa si diffonde in Medio Oriente, forte della sua mole offre più garanzie che gli Stati Uniti, lontani e con una reputazione ormai rovinata.

In conclusione, all’orizzonte del futuro europeo si sta configurando un vicino irritato dal nostro dinamismo e dai nostri tentativi di cooptazione degli Stati tradizionalmente sotto l’influenza russa. L’Alleanza del Nord Atlantico poi, offre certamente garanzie di sicurezza ma ci obbliga ad essere rigidi nelle scelte di politica estera: non siamo elastici nè neutrali e la neutralità potrebbe essere la scelta giusta in un mondo che sta andando verso il conflitto e al ritiro degli Stati Uniti dalla scena globale. La Russia ha incrinato il principio di non aggressione (con l’annessione della Crimea) e delegittimato fortemente il ruolo della NATO e delle Nazioni Unite. L’annessione della Crimea da parte russa è un precedente clamoroso e in futuro potrà servire a qualcun altro per annettere un territorio legato ad esso dall’etnia o dalla lingua in comune. Inoltre, l’unilateralità russa nelle azioni di bombardamento in Syria imbarazza a confronto dell’immobilismo NATO che non va oltre al supporto tecnologico alla Turchia e qualche bombardamento sulle postazioni del Daesh. Infine, nonostante gli appelli del Segretario Generale Ban Ki Moon all’intervento in favore della popolazione civile siriana in fuga dalle devastazioni, non si sta producendo una strategia comune. La totale irrilevanza delle risoluzioni ONU, mette in luce l’inconsistenza delle grandi Organizzazioni Internazionali e l’inutilità delle istituzioni internazionali che sarebbero dovute servire alla soluzione dei conflitti internazionali.